aprirsi un'altra porta: quella della signora Lucia. La sua esile e curva figura appariva pian piano dietro il massiccio portone blindato. Io voltavo cautamente la testa, quasi come a prolungare quel tempo estenuante d'attesa e a scongiurare l'inevitabile incontro. Mentre nelle mie orecchie risuonava un'immaginaria evocativa colonna sonora da film thriller, eccola li, di fronte a me, la signora Lucia, stretta nei suoi 40 chili. Neanche il tempo di imprecare interiormente che lei, con voce prima flebile, poi sempre più vigorosa, cominciava la sua lunga, interminabile, logorroica catalogazione dei mali che l'avevano afflitta quella mattina. E io, che avevo ancora in mano le chiavi di casa, anch'esse evidentemente provate poiché per l'ennesima volta il loro destino era rimasto incompiuto, mostrando un sorriso di cartongesso, dicevo nell'eloquente sottotitolo del mio saluto cortese: "ma come cazzo...!". Troncando ogni volta quel pensiero sull'interiezione "cazzo", poiché qualsiasi domanda mi fossi posta di seguito non avrebbe mai potuto ricevere una risposta plausibile.
Dunque toglievo le chiavi ormai sconfitte dalla toppa, raccoglievo l'esplicita richiesta di compagnia, ed entravo in quel mondo misterioso e sofferto chiamato "La casa della signora Lucia".
Concretamente, ogni volta, non me la cavavo con meno di un'ora. Un'ora interminabile, intervallata da momenti rituali come la "zuccherazione" del caffè, o la scelta del biscotto meno invecchiato (confesso di aver pensato più di una volta che i biscotti della signora Lucia avessero anch'essi 85 venerandissimi anni) tra una sfilza interminabile di varietà diverse con cui la signora imbandiva con cura la tavola. Se provavo a rifiutare le sue generose offerte con un "Grazie ma non mi va nulla", questa stessa affermazione sembrava attraversarle un orecchio e poi l'altro con un accelerazione da 0 a 100 che nemmeno Valentino Rossi dei tempi migliori. Di certo non potevo dubitare del suo udito. Ma la signora Lucia, con rinnovato vigore e, anzi, quasi incoraggiata dal mio cortese rifiuto, ricominciava pedissequamente l'enumerazione dei biscotti disponibili e aggiungeva, sulla tavola ormai stracolma, altre confezioni e pacchi e pacchetti e scatole di cioccolatini da far gola alle più grandi case farmaceutiche produttrici d'insulina. Certa di non voler aumentare il fatturato di quelle stesse case farmaceutiche, persistevo nel mio rifiuto, nonostante un leggero senso di colpa scaturito dal viso della signora Lucia, che mostrava un dispiacere sincero per la mia mancanza d'appetito. A quel punto tentavo di recuperare il suo stato d'animo con commenti positivi e decorativi sulla qualità del caffè e sulla brillante pulizia della cucina. Una nuova ruga, allora, le solcava il viso, contraendolo in una smorfia che, per quello che mi piaceva credere, era certamente un abbozzo di sorriso. Forse la signora Lucia non era più abituata a sorridere, e questo giustificava la sua incapacità di contrarre i muscoli del viso nel modo consono. E' questione di pratica. Anche la felicità va allenata.
La conversazione procedeva a senso unico. Un modo carino per dire che più che un dialogo si trattava di un esemplare esercizio di soliloquio. Si potrebbe dire che la signora Lucia, in una metafora calcistica, aveva il 95% del possesso palla. O, se volete, del possesso parola. Io ero la spettatrice passiva della sua solitudine, che esplodeva nelle mie orecchie in tutte le molteplici forme in cui la parola può esprimersi e la vita librarsi.
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